La chimica delle erbe

Logo Progetto
Progetto Miur
salta la navigazione e vai al contenuto
Ti trovi in: Home page > Le piante medicinali nella storia

Piante medicinali nella storia

La Medicina popolare: le origini

La medicina popolare considera il corpo e la psiche ed il comportamento dell’individuo un insieme indivisibile; infatti la parola farmaco indicava un rimedio sia per il corpo sia per l’anima. I farmaci erano anche gli scongiuri, gli incantesimi e anche la musica e la poesia erano intesi come farmaci per l’anima. La malattia è vista come qualcosa di estraneo all’uomo quindi l’uomo non può controllarla ma soltanto eliminarla, ad esempio i batteri e i virus sono visti ora come causa della malattia, ma per la medicina popolare erano la malattia stessa. Tutte le teorie della pratica medica popolare sono basate sull’esperienza, i rimedi preparati con le piante medicinali sono conosciuti fin dalla Preistoria e generalmente era la donna ad occuparsi della loro preparazione.

Infatti mentre la donna si preoccupava del sostentamento della comunità attraverso la raccolta delle radici delle piante spontanee e dei frutti, l’uomo si dedicava alla caccia e alla pesca. In questo modo la donna acquisì un vasto patrimonio di conoscenze che si tramandarono di madre in figlia, e di questo ciò che ancora resta è custodito dalle singole comunità e confluisce anche nell’attuale pratica erboristica.

Nella cura delle malattie si interveniva prima con rimedi riconosciuti a livello familiare, quando questi risultavano inefficaci si ricorreva a figure “specializzate” cioè alle cosiddette streghe guaritrici, maghi e stregoni ovvero coloro che guarivano anche attraverso particolari rituali, incantesimi e preghiere. I veri guaritori avevano speciali caratteristiche, cioè erano nati settimini o madri di gemelli oppure provenienti da famiglie tradizionalmente legate alla magia e alla capacità di curare. La presenza di queste figure è riscontrabile ancora oggi in alcune comunità rurali. La medicina popolare sopravvive all’affermazione della medicina ufficiale avvenuta all’inizio del Duecento e l’uso delle erbe medicinali continua per molti secoli.

Le streghe guaritrici nella medicina:

Dai resoconti dei processi per stregoneria del ‘500 si evidenzia, nell’attività delle cosiddette streghe, la pratica della magia e della medicina.

In molti casi, quindi, la strega è una guaritrice condannata semplicemente perché opera fuori e contro l’autorità laica e religiosa; infatti esse venivano condannate per eresia e non per accertata pericolosità delle loro ricette.

In quei tempi curare le malattie che la medicina ufficiale non riusciva a sanare significava entrare nel campo del sovrannaturale e quindi peccare di eresia.

In realtà il saper conoscere, trasformare ed impiegare le erbe medicinali conferiva alle streghe un potere che sia la Chiesa sia lo Stato intendevano contrastare.

Le streghe conoscevano bene l’impiego terapeutico delle piante medicinali, infatti illustri botanici come il Mattioli e il Durante confermano le proprietà di determinate piante usate nelle loro preparazioni.

Spesso all’uso delle piante si accompagnava anche quello degli animali o di parti di essi. Le streghe guaritrici associavano sempre alla somministazione dei loro preparati a base di erbe la formulazione di riti magici mirati a scacciare il male insediatosi nella persona.

Oltre ad usare erbe tutt’ora utilizzate, ne adoperavano altre che, somministrate in dosi massicce, risultavano tossiche o allucinogene, cioè capaci di alterare la coscienza come l’Aconito, altamente tossico e capace di paralizzare le terminazioni nervose, la Belladonna o lo Stramonio riconosciuti come potenti allucinogeni.

La medicina monastica e il giardino dei semplici:

Nel Medioevo le piante coltivate erano usate per la composizione di medicamenti semplici, cioè realizzati con una sola pianta o composti, prodotti da piante diverse combinate tra loro.

La tradizione continuò e venne incrementata nel Medioevo con l’istituzione dell’Hortus simplicium o Hortus medicus (detto anche viridarium nell’Alto Medioevo). L’hortus simplicium (sottinteso medicamentorum), il giardino dei medicamenti semplici, sorse presso i monasteri ed i conventi. Uno dei primi viridari fu fondato da Cassiodoro, già consigliere dell’imperatore Teodorico, che con la caduta dell’Impero Romano si ritirò dalla vita politica. Appassionato di medicina, scrisse le “Istitutiones divinarum et humanorum”, in cui raccomandava ai monaci di coltivare le piante medicinali e di studiare, trascrivendo e miniando, le fonti del passato, come Ippocrate, Dioscoride e Galeno.

Resta fondamentale il ruolo culturale e sanitario svolto dagli ordini monastici, che si occuparono dell’assistenza agli infermi per assolvere la missione caritatevole cui erano chiamati. Svolsero anche, avvalendosi delle fonti classiche, un’intensa attività di ricerca in campo farmaceutico, realizzando medicamenti di grande efficacia. I monaci produssero dei cataloghi ragionati di tutte le erbe coltivate ed utilizzate, chiamati Hortuli.

Gli hortuli erano raccolte di piante figurate in cui si descrivevano le caratteristiche e le virtù delle singole piante. In questo modo la conoscenza della medicina e dell’impiego delle piante officinali si diffuse rapidamente tra gli stessi ordini monastici. Accanto alle abbazie sorsero i primi ospizi ed ospedali per accogliere i pellegrini infermi fin quando nel 1200 il Papa Onorio III non proibì l’esercizio della medicina ai chierici secolari e nel 1231 Federico II di Svevia vietò ogni rapporto tra la professione dello speziale e quella del medico impedendo l’esercizio della professione medica senza autorizzazione.

L’unico centro culturale pubblico, abilitato a rilasciare il titolo di dottore fu la Scuola di Salerno. Nella scuola salernitana, la cui origine probabilmente si collega ad un centro monastico, confluirono gli elementi della tradizione classica influenzati dalla cultura araba.

La tecnica farmaceutica estrattiva:

Agli inizi dell ‘800 l’uomo riuscì a individuare e poi isolare i principi attivi responsabili dell’azione terapeutica svolta dalle piante medicinali.

La prima sostanza naturale isolata allo stato puro fu la morfina, nel 1805. Si realizzava, così, il sogno degli antichi alchimisti, protesi a cercare il quid, cioè l’ignota sostanza che valorizzava le piante sul piano farmacologico.

Il passaggio ad una vera e propria industria chimica farmaceutica estrattiva fu breve e altre sostanze, citiamo per esempio la caffeina e la salicina, alla base della notissima aspirina, andarono ad arricchire la lista delle sostanze naturali vegetali oggi conosciute.

Nel 1853, inoltre, si scoprì la somministrazione dei farmaci per via intramuscolare e questa pratica aprì la strada all’utilizzo di una preparazione solubile concepita in modo molto diverso dalla classica tisana di erbe.

Tuttavia le piante medicinali continuarono ad essere usate, sulla scorta dei precetti derivanti da quel grande contenitore culturale che è l’esperienza popolare.

Il preparato medicinale di origine vegetale arreca all’organismo un complesso di sostanze chiamato fitocomplesso: alcune sono le vere responsabili dell’azione farmacologica, altre sono sinergiche in quanto potenziano l’assorbimento e l’attività delle prime, altre ancora evitano l’insorgenza di effetti collaterali. Infatti un farmaco quando viene somministrato produce due effetti uno benefico l’altro nocivo; l’effetto benefico deve superare quello nocivo ma questo non sempre avviene poiché l’effetto del farmaco dipende dal singolo individuo.

Informazio prese dal sito: http://www.aboca.com/

Creazione: 16/06/2014 - Ultima modifica: 17/06/2014
URL: http://www.mused.uniroma1.it/index.php?p=utente/lezioni
Pagina web realizzata con il software di generazione automatica di siti usabili e accessibili ASD 2.

XHTML validato! CSS validato!